La Grande Bellezza

LGB

Amo il cinema, non sono un cinefilo colto, non ho studiato, m’interessa poco, normalmente, mettere troppa scienza in qualcosa che deve emozionare.

E’ come per il vino: non “sono studiato” da somelier, non riesco a trovarci “fragoline di bosco”, nel vino. Ma normalmente se il vino è buono mi piace. Non so perché, forse il gusto si fa con poca esperienza e tanto ragionamento, con intelligenza e libertà emotiva, non so. Se un vino è buono mi piace, e so anche spiegar perché, in qualche modo, pur senza le fragoline…

Così per il cinema: mi piace, se un film è bello normalmente mi piace. Non sono uno di quelli che “La Corazzata Potemkin…”, per intenderci. Mi piace il cinema italiano, francese, inglese. Mi piace il cinema americano, che spesso è banale perché di quello passa, tra tanto, da noi. Ma dove ci sono professionisti c’è qualità, tanto per cominciare. Mi piace anche il cinema tedesco, scandinavo e quello giapponese, mi gusta pure quello cinese e coreano. Mi piace tutto il cinema, quando dice qualcosa. E mi piace di più quando lo dice bene.

Ho visto La Grande Bellezza a casa. In poltrona, in alta definizione, ad alto volume, tutto d’un fiato, senza interruzioni. E m’è piaciuto, m’è piaciuto molto!

Mi sono perso per mia totale indifferenza la sua prima uscita nelle sale; ho un forte pregiudizio nei confronti del cinema italiano. Ho detto che il cinema italiano mi piace, non ho detto che non ho pregiudizi, non ho detto che mi piace tutto, non ho specificato che dopo “Mediterraneo” ho trovato ci sia davvero poca roba da poter far vedere con orgoglio all’Estero.

Ma poi ho sentito gente che stimo enormemente parlare di Sorrentino come di una cosa di cui la cultura italiana può andar fiera: addirittura!
Ma poi La Grande Bellezza ha vinto l’Oscar!
Ma poi il film l’hanno dato in TV, in prima tarda serata, farcendolo di pubblicità.
E solo allora, il giorno dopo, quando tutti l’avevano visto, l’ho visto io, e mi è piaciuto. Molto.

La storia è fatta di emozioni, di ricordi, di sensazioni del personaggio. Ci sono alcuni “flash back” ma sono pura emozione, ricordi d’emozioni, non di fatti, non sono la solita scorciatoia ad una affabulazione debole, non sono bignamini ad uso del più tonto “adesso vi spiego perchè”.

Roma c’è, ma non è un film sulle bellezze di Roma. Non è un documentario della pro-loco per scoprire le risorse architettoniche segrete della città. Anzi, alcuni scorci sono segreti e resteranno tali. M’è parso di capire che il senso sia quello di far capire che una nobile città, come una nobile cultura, come una nobile signora amino condividere davvero con pochi i propri segreti, diano le chiavi dei loro palazzi solo a chi è davvero “affidabile”, dove l’affidabilità è l’essere padroni dei segreti, senza esserne proprietari.

La gente in questo film è bella. E’ tutta bella, tutti sono attori del loro dramma, con la serietà del fatto di vivere la loro vita come compagni d’arte di una vecchia compagnia di attori un po’ decaduti, come quelli che si accontentano dei propri grandi ricordi perchè sono stanchi, sfiancati, appagati. Soddisfatti. Una cosa difficile da spiegare, un pò come le fragoline di bosco, lo ammetto.  Ma la “violazione” del cortese tabù dell’omertà di gruppo nella famosa scena in cui Stefania viene “demolita” da Jep non è altro che la conferma di quanto sopra: non c’è cattiveria, c’è solo un affettuoso, duro, vero, fare memoria di essere tutti a calcare lo stesso vecchio palco polveroso e dissestato. Quanta bellezza in tutto ciò.

E su tutto il sorriso di Jep, di Toni Servillo, come quello di un kouros greco, beffardo e profondo, classico e antico, senza tempo. Triste e allegro, amaro e sinceramente divertito.

E ai più il film non è piaciuto. Dicono per una serie di motivi che non dicono niente: lento, noioso, difficile da capire.
Ora: la lentezza in sè è una caratteristica, non un difetto. La lentezza è ricercatissima in questo film, lo si capisce subito, non dalle lente carrellate della macchina da presa ma nella solenne lentezza della voce fuoricampo di Servillo, tanto lenta da irritare i logorroici rapido-parlanti, rapido-leggenti e rapido-scriventi di oggi. Che gusto!
E’ anche da dire che la noia troppo spesso è nella testa di chi vuole solo “intrattenimento” senza pensieri. Volontà legittima, ma che dovrebbe essere vissuta con umiltà, se non con pudore. Un amico mi ha spiegato che il successo a botteghino di un film spesso è una questione di “esplosioni”: “…film bellissimo, ma non ha avuto successo: poche esplosioni”, oppure “…il film non è un gran chè, ma è piaciuto: ha “molte esplosioni”.
Non parliamo poi del “difficile da capire”: una cosa bella piace, non va per forza capita tutta. La mania di voler “capire tutto” uccide alla base lo spazio del mistero, che è la profondità di ogni cosa. A volte ci sono cose che bisogna accettare senza capire completamente: la bellezza, la vita, la morte, la fede. Tanto per intenderci. E di questo parla il film.

Ed è proprio questo il punto che ho amato di più de “La Grande Bellezza”: il coraggio di non essere didascalico, il non voler mettere completamente “a nudo” qualcosa, il non voler rinunciare al mistero. Toni Servillo a volte borbotta, nel film, in italiano, in romano, in napoletano, non si capisce quello che dice: che bello! Il fatto che ci sia ancora qualcosa “Lost in traslation” è la cosa che più mi è piaciuta ne “La Grande Bellezza”.

Riguarderò ancora questo film perché, lo ammetto, non ho capito tutto.
Lo guarderò ancora sperando di non capire tutto.

Che bello!

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