La liberalizzazione della soppressione della vita senza valore

Propaganda tedesca per l’Eutanasia: “Stai sostenendo questo peso! Il costo di una persona affetta da malattia ereditaria fino al raggiungimento dei 60 anni è di circa 50.000 marchi”

Questo è il titolo  del saggio di due stimati scienziati, Karl Binding e Alfred Hoche, che nel 1920 teorizzavano “scientificamente” la “morte caritatevole“, ripubblicato oggi dalla casa editrice Ombre Corte di Verona come “Precursori dello sterminio

Il libro rivela che il pensiero eugenetico portato ai suoi esiti estremi era diffuso e condiviso anche prima dell’avvento al potere dei nazisti. E grazie a studiosi che nazisti non erano.  Quindi, anche se i nazisti fecero poi un grande uso di questo testo diffondendone le tesi di base, si trattava di idee germinate in una cultura precedente: il darwinismo eugenista, molto in voga in quegli anni in Europa.

Nei motivi addotti per giustificare — anzi, auspicare — l’eliminazione delle persone malate gravemente o affette da disturbi psichici ritroviamo idee e vocaboli in uso ancora oggi presso i fautori dell’eutanasia o della selezione dei feti.

Gli autori infatti sostengono che non si può considerare vita in senso pieno quella di chi, a causa della malattia, è esposto a un’agonia dolorosa e senza speranza, o quella degli idioti incurabili, che trascinano esistenze senza scopo e utilità, imponendo alla comunità oneri di sostegno pesanti e inutili. A proposito di queste persone, i due studiosi inventano una nuova definizione, che godrà un grande successo anche ben oltre la sconfitta del nazismo: «vite non degne di essere vissute». Una definizione che spiana la strada all’eliminazione dei malati e degli inabili, permettendo che questi omicidi vengano giustificati con una motivazione moralmente apprezzabile: essi parlano infatti di «morte caritatevole».

Si tratta delle stesse parole che ritornano negli scritti di molti bioeticisti contemporanei, e di molti politici che sostengono proposte legislative di tipo eutanasico. La nozione di vita come bene degno di tutela viene d’ora in avanti disancorata da qualunque postulato metafisico, da qualunque dogma giusnaturalistico, e condotta verso una semantica della concretezza e dell’immanenza: la vita ha valore in quanto essa procura piacere e si sottrae al dolore.

Questo libro, proprio per i suoi caratteri sinistramente attuali, dovrebbe dunque imbarazzare fortemente coloro che sostengono l’eutanasia pensando di non avere niente a che fare con il nazismo.

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